/ra·gió·ne/
La ragione è la facoltà della mente umana di gestire le sinapsi per pensare, immaginare, creare, fare deduzioni logiche e comprendere la realtà. Questo termine ha sempre custodito il criterio, il calcolo, la proporzione di qualcosa di razionale. Il termine latino ratio discende da da reor, «io calcolo, io ritengo», qualcosa di immancabilmente logico e oggettivo come la matematica, ma il termine non si lascia imprigionare nella freddezza di un calcolo ma è la facoltà che deduce, è la causa che spiega perché una cosa sia ciò che è, è la misura che ordina i desideri, è persino quel diritto di «avere ragione» che ci sembra di reclamare a ogni contesa.
Siamo pervasi ogni giorno da notizie prive di un ordine intelligibile, esposti a un perbenismo irriflesso che sembra pretendere adesione prima ancora della comprensione, come se ogni cosa potesse esistere senza una ragione, come se domandarsi perché fosse divenuto un gesto sconveniente. Abitiamo una società che esibisce l’immediatezza dell’esperienza e celebra la gratificazione dell’accontentarsi, fino ad allontanarsi persino dall’idea di risultato, di misura, di ciò che può essere verificato e ricondotto a un criterio.
Non è più il principio della ragione a orientare il nostro agire, ma l’urgenza dell’impulso, la reazione istantanea, il bisogno di aderire prima ancora di comprendere. Pensare con la propria testa sembra essere diventato troppo faticoso, quasi costoso: richiede tempo, disciplina, responsabilità, e soprattutto il coraggio di sottrarsi all’automatismo del consenso. Viviamo in una società che ha fatto della prestazione un’ontologia: si è ciò che si produce, si vale ciò che si mostra, e il tempo, un tempo dimora del pensiero, è divenuto una risorsa da spremere fino all’ultima goccia. Il consumo ci ha insegnato a desiderare senza comprendere, l’immagine a giudicare senza guardare, la velocità a rispondere prima ancora di aver ascoltato la domanda. Abbiamo lasciato smarrito il senso della finalità: sappiamo con come ottenere qualcosa, ma non ci chiediamo più perché né per che cosa. È la razionalità strumentale ad aver usurpato il trono della ragione: un’intelligenza priva di interiorità, capace di ottimizzare ogni mezzo e cieca dinanzi a ogni fine. In un’epoca in cui l’alienazione non ha più catene visibili, perché ciascuno è il sorvegliante zelante di se stesso, la ragione è l’ultimo luogo in cui la libertà possa ancora abitare.
L’intelletto agisce in modo astratto, rigido e separatore, fissando le distinzioni e isolando i concetti dal loro contesto. La ragione interviene con la dialettica per superare queste scissioni, ricongiungendo gli opposti e cogliendo la realtà nella sua concretezza e totalità. Eppure, nella quotidianità, la ragione è spesso assente proprio quando crediamo di esercitarla maggiormente. Agiamo secondo automatismi che chiamiamo decisioni, inseguiamo desideri che non abbiamo veramente scelto, ripetiamo giudizi già formulati da altri e li confondiamo con pensieri nostri. Possiamo attraversare giornate intere colme di parole, notifiche, appuntamenti, acquisti, immagini, conversazioni e tuttavia giungere alla sera con la sensazione oscura di non aver realmente abitato alcun momento. Quando manca la ragione, l’esistenza non si arresta: continua a muoversi, ma perde direzione. Ed è forse questa la forma più sottile dell’alienazione, non essere immobili, ma avanzare senza sapere verso quale principio.
Avere ragione significa principalmente interrogarsi. Significa educare il desiderio, interrogare le proprie convinzioni, covare le proprie passioni, ma a una forma più alta di armonia. . La persona razionale, nel senso più autentico del termine, non è priva di emozione: al contrario, sente profondamente, ma non consegna a ogni sentimento il diritto di governarla. Comprende che la libertà non consiste nel poter fare qualsiasi cosa, bensì nel non essere schiavi di ogni impulso.
Chi vive secondo questo principio assume inevitabilmente una postura differente rispetto al mondo. È meno incline alla fretta, più resistente al rumore, più sospettoso verso ciò che pretende consenso immediato. Può apparire distante, eccessivamente riflessivo, persino ingenuo agli occhi di una società che scambia spesso la prudenza per esitazione e la profondità per inutilità. La ragione somiglia all’autunno. Ottobre è il tempo in cui la natura sembra raccogliersi, rallentare, ricondurre la propria energia verso l’interno. Le foglie cambiano colore prima di cadere, come se ogni cosa dovesse attraversare un ultimo momento di consapevolezza prima della spoliazione. L’autunno non distrugge: seleziona. Separa ciò che deve restare da ciò che deve essere lasciato andare. Così agisce la ragione nell’interiorità dell’uomo. Essa non rende il mondo più povero, ma gli sottrae il superfluo; non spegne il desiderio, ma lo rende più limpido. Come ottobre insegna agli alberi la disciplina del distacco, la ragione insegna all’uomo che maturare significa anche rinunciare: a convinzioni divenute sterili, a illusioni rassicuranti, a desideri che hanno cessato di appartenerci. Vi è bellezza anche in questa perdita, perché ogni autentico divenire esige una forma di potatura.
Far proprio la ragione è un processo lento, che prende forma dall’ interrogarsi prima di reagire, dalla disciplina di accettare una verità anche quando ferisce l’immagine che abbiamo di noi, dalla capacità di sostare nel dubbio senza trasformarlo in paralisi. Richiede consapevolezza, esercizio, coraggio; soprattutto richiede l’umiltà di riconoscere che l’essere umano non coincide mai definitivamente con ciò che è, ma rimane una possibilità aperta, una materia in cammino verso la propria forma.
L’illustrazione rappresenta la ragione come capacità di mediare, comprendere ma soprattutto confrontare con il proprio io; l’atto razionale di esaminare con distacco, coordinare e dare un senso alla molteplicità delle opinioni e delle emozioni.
L’illustrazione è stata realizzata da Lorenzo Caporale.